#3 Massimo Russo, Poesie da Un solo sogno coltivo (La Vita Felice 2021)

Per la rubrica Versi editi

© Massimo Russo

Dalla rievocazione del passato nascono i versi di Russo, ricordi della fanciullezza e della giovinezza infinita: una casa in fondo alla strada, un bambino che corre incontro ai nonni, una vecchia canzone. Attraverso la memoria il poeta colora ingenuamente il sogno oscurato dal tempo che tutto trasforma (Molte cose cambiano / mentre noi cambiamo): tuttavia, nonostante i cambiamenti, una luce intenerita può rischiarare il passato.

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#7 Un haiku di Kyoshi Takahama

Fonte: Wikipedia

Per la rubrica Nippoesia

Kyoshi Takahama (1874-1959) è uno dei più importanti haijin (autore di haiku) dell’era Showa -periodo storico che coincide con il regno dell’Imperatore Hirohito (1926-1989) – durante la quale il Giappone si apre definitivamente ai rapporti economici e culturali con l’estero, dopo diversi secoli di serrata chiusura.

Nel corso della sua vita Takahama scrive fra i 40000 e i 50000 haiku. A Tokyo per studiare la letteratura del periodo Edo (1603-1868), ma lascia l’Università per iniziare a lavorare come editore e critico letterario. Nel 1898 prende il posto del grande Masaoka Shiki come direttore della rinomata rivista di poesia Hotogisu. Gli haiku proposti all’interno di essa mantengono uno stile in linea con la tradizione, Takahama esclude dunque i componimenti poetici di tendenza più moderna e ribadisce l’importanza della funzione simbolica del Kigo. Con questa definizione si indicano tutte le parole e le frasi che rientrano nella sfera semantica delle stagioni e che sono tipiche della poesia tradizionale giapponese.
A Kyoshi Takahama è stata assegnata l’Onorificenza alla cultura e gli è stato addirittura dedicato il nome di un asteroide: il 58707 Kyoshi.

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#3 Simone Consorti, Finestra di Istanbul

Per la rubrica Immagine trovata tra due pagine

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# 12 Claudia Olivero, due poesie inedite

Per la rubrica Versi inediti

© Claudia Olivero


Uno straziante presagio del tempo, che lentamente erode, anima il lirismo del primo componimento. I versi di Vento nascono da occasioni vitali, ne rappresentano il brivido, svelano l’inquietudine, nascondendo l’enigma del «lento aritmico erodere». Le parole sembrano fremere, e l’unica àncora di salvezza è l’esperienza, l’occasione vitale («afferrare una ringhiera…correre giù per quella scala»).
La seconda poesia, Cavoretto, interno cimitero, in cui il tempo è tempestosa natura e sorprende spezzando l’infanzia, è una rinuncia al mondo («Decidere di non restituirsi al mondo»), l’annuncio di una poetica del silenzio.

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#6 Una poesia di Ki no Tsurayuki

Per la rubrica Nippoesia

Fonte: Wikipedia

Il waka è un tipico componimento poetico giapponese ed è rigidamente strutturato in 31 sillabe secondo lo schema 5-7-5 7-7.
Tra i più importanti autori di waka va ricordato Il funzionario di corte Ki no Tsurayuki (872 – 945), straordinario poeta al quale l’Imperatore Daigo commissionò il prestigioso incarico di compilare il Kokinwakashuu, la prima delle ventuno antologie imperiali di poesia classica giapponese. Alla fama di Ki no Tsurayuki ha contribuito anche l’innovativo esperimento letterario del Tosa nikki: un diario di viaggio composto dopo un doloroso periodo di lontananza dalla capitale Heian-kyō, caratterizzato da un innovativo approccio psicologico e intimistico.
Per la rubrica Nippoesia proponiamo un componimento in cui Ki no Tsurayuki canta lo straziante dolore per la tragica scomparsa della figlioletta.

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#2 Simone Consorti, Il miliziano morente

Per la rubrica Immagine trovata tra due pagine

Nel pieno della Guerra civile spagnola, qualche anno prima di fotografare lo sbarco in Sicilia e poi quello in Normandia, Robert Capa si unisce ai repubblicani spagnoli in Andalusia. Lì, il 5 settembre 1936, nella località di Cerro Muriano, viene scattata The falling soldier, una delle foto di guerra più celebri del Novecento, ma in quali circostanza e da chi? C’è chi l’ha trovata ‘posata’, considerando improbabile la postura, troppo simile a quella del giustiziato in 3 maggio 1808 di Goya. Alcuni storici hanno eccepito che non c’erano stati scontri armati in campo aperto in quel giorno in quella località. Una testimone, amico della coppia, ha, inoltre, affermato che quello scatto l’avesse fatto non Capa, ma la sua compagna Gerda Taro. Secondo la versione di Capa, mentre correvano in direzione di una mitragliatrice, lui avrebbe continuato a scattare, senza guardare nell’obiettivo e tenendo la macchina ad altezza del petto, quasi per farsi proteggere, e accorgendosi dello scatto solo successivamente. La verità su questo scatto, leggermente fuori fuoco (“slightly out of focus”, come Capa intitolerà la sua autobiografia) rimarrà un mistero.

Dicono che un uomo vivo
sia entrato nel mio campo visivo
e che già morto sia uscito
dal mio obiettivo
Stavo scappando e non mi sono accorto
di quel che avevo attorno
o forse addosso
Dicono che una foto
sia qualcosa che è e che è stato
e che la pellicola della vita
non può prendere luce
una volta immortalata
L’unica cosa certa è che io c’ero
c’ero
c’ero in quello sparo sordo e cieco
luminoso ed assordante come un’eco

© Simone Consorti

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#11 Giulia Tosti, tre inediti

Per la rubrica Versi inediti

© Giulia Tosti

Rana e delfino

Fior di loto,
il viso tuo in mare
aleggiava sull’acqua
che salina baciavo,
attraverso le tue labbra.
Io sparpagliata
come foglie d’edera
attendevo sul ciglio,
-come un pescatore all’alba-
il corpo tuo
cadere nella mia rete
per rampicarmi su di te
e rivestire la tua pelle.

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#2 Carlo Tosetti, tre poesie da Crepa Madre (Pietre Vive, 2020)

Per la rubrica Versi editi

© Carlo Tosetti

Le crepe talvolta sono così profonde che nessun tentativo di ristrutturazione può porre rimedio al crollo. Esse attraversano le pareti portanti della casa, rifugio dell’ingenuità, delle aspirazioni, delle illusioni, cosicché, come in un movimento sismico, ne sentiamo bene gli effetti. Eppure vi sono crepe, sulle quali spesso inconsapevolmente costruiamo, che non sono solo causa di rovina: la crepa madre di Tosetti, infatti, serba una forza generatrice che congiunge, e lungo i suoi margini si avvia la creazione.

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#5 I ciliegi di Natsume Souseki

Per la rubrica Nippoesia

Fonte immagine : Wikipedia

Natsume Souseki (1867 – 1916) è uno dei più prolifici autori di haiku. Secondo Souseki l’artista, impossibilitato a raffigurare la realtà che lo circonda, può solamente restituire un’immagine di riflesso del mondo, generata dall’innata mutevolezza della propria coscienza. Tra le immagini che ricorrono spesso nelle sue opere c’è il fiore di ciliegio, emblema della malinconia alla quale è indissolubilmente legata l’esperienza della caducità.

Ciliegi: un nome
e tutto appassisce
nello splendore.

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#1 Simone Consorti, La pioggia a Cracovia

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© Simone Consorti
Tarda estate del 2015. Una perturbazione
da tregenda si è abbattuta sulla Polonia,
in particolare sulla città di Cracovia e
sul quartiere, già ghetto, di Kazimierz,
che prima della Seconda guerra mondiale
ospitava più di trentamila ebrei e
ora poche centinaia. Le pozzanghere
sul selciato riflettono gli edifici
della Piazza del mercato,
sinagoghe e campanili.
Una signora passa in bicicletta,
non lontana dal cimitero ebraico di
Remuh, dove durante l’occupazione
nazista, per non far conoscere
agli occupanti l’esatta entità
numerica della comunità ebraica,
andando contro un precetto sacro,
molte lapidi furono coperte
da una spessa coltre di terra.
La signora indossa un copricapo
d’altri tempi mentre, a causa
delle strade impraticabili, non
passano macchine. Pare di
essere tornati indietro nel tempo.
Sembra di vedere i nazisti, che
fanno i loro controlli nei vicoli,
e quella donna in bicicletta mi
appare come una staffetta della Resistenza…
Avrò passato mille volte la linea gotica
la mia bici ne ha fatte di corse
Eppure non sapevo che ci fosse
ogni volta in quelle borse
Di notte non vedevo
i compagni impiccati ai rami
Spuntavano tutti insieme
soltanto all’alba al mio ritorno
ed è così che cominciava ogni giorno
All’età vostra ero sempre messa
in castigo dalla maestra
e trattata come la peggiore delle ladre
perché dicevo che non ero figlia
della lupa ma di mia madre
Poi una notte tre tedeschi mi fermarono
e anche se giurai
che tornavo dal presidio
mi spogliarono e agganciarono a un ramo
Uno mi tolse la gonna
mentre gli altri urlavano qualcosa
che non capii mai
E non smisero di farlo
nemmeno quando spirai

© Simone Consorti

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